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La vitamina D

  • Immagine del redattore: Massimiliano Bellisario
    Massimiliano Bellisario
  • 25 mar 2021
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 23 mag 2021

La vitamina D è la seconda classe di spesa farmaceutica del Sistema Sanitario Nazionale, eppure il nostro corpo è in grado di produrla quando ci esponiamo al Sole. Ma è davvero così necessario integrarla?

260 milioni di euro: questa la cifra che ha speso il Sistema Sanitario Nazionale (o meglio noi con le nostre tasse) nel 2017 placare la sete italiana di vitamina D, un derivato del colesterolo che si forma naturalmente nella nostra pelle quando viene esposta al sole.

Ricordare questo è fondamentale: basta mettersi in costume a mezzogiorno (con la protezione solare ovviamente!) dai 15 ai 30 minuti per produrre da 10mila a 20mila Unità Internazionali (UI) di vitamina D, quando la dose giornaliera raccomandata dall’OMS è di circa 600 UI (800 UI negli ultra 65enni).

Basterebbero 15 minuti al sole, tre giorni a settimana per un mese, per produrre la vitamina D che serve al nostro organismo in oltre 6 mesi!

E allora perché si compra così tanta vitamina D in Italia, “il paese del sole”? Semplice, marketing. Così come si compra l’acqua in bottiglia nonostante l’acqua del rubinetto sia a volte migliore, è bastato instillare nelle menti il timore che il sole non basti a soddisfare il nostro fabbisogno e affibbiare alla vitamina D dei superpoteri: cura l’osteoporosi, è anti-cancro, stimola il sistema immunitario, funge da anti-depressivo e addirittura previene la sclerosi multipla. E visto che assumere la vitamina D è così facile come mettere due gocce d’olio su un pezzo di pane, il gioco è fatto!

Il problema è che ad oggi nessuna di queste proprietà spettacolari è stata dimostrata in una review su un gran numero di pazienti.

Anzi, la mazzata è arrivata poco più di un anno fa quando una meta-analisi ha analizzato l’efficacia nel contrastare quella malattia per cui è proprio “nata” questa integrazione: l’osteoporosi. Sono stati presi oltre 51MILA pazienti a rischio frattura, confrontando l’utilizzo di vitamina D da sola, di calcio, di entrambi assieme o nessuno dei due, con placebo o addirittura con nessun trattamento.

Risultato? Che non c’era nessuna differenza sostanziale tra i vari gruppi: in pratica, vitamina D o meno, si fratturavano tutti con la stessa frequenza.

Al momento la Società Italiana di Endocrinologia ha visto al ribasso il range di normalità: se prima si considerava normale una concentrazione nel sangue della vitamina a partire da 30 nmol/l, ora è considerata insufficiente una concentrazione al di sotto di 20 nmol/l. Questa revisione restringe di molto la concedibilità del farmaco, visto che l’80% della popolazione italiana viaggia con valori tra 20 e 30. Non solo: poiché pare che quella in eccesso (secondo alcuni studi) possa favorire in alcuni pazienti la formazione di calcoli renali, è preferibile una somministrazione giornaliera a basso dosaggio piuttosto che una somministrazione quindicinale o mensile di diverse migliaia di Unità.

Quindi, per porre un freno all'iperprescrizione ingiustificata di vitamina D, l'Agenzia Italiana sul Farmaco ha istituito il 26 ottobre 2019 la Nota 96, che per la prima volta individua i criteri di prescrizione di questo integratore: in base ai sintomi, alle terapie in corso e alle patologie in atto sarà il Medico a decidere innanzitutto se dosare la vitamina D, e poi se sarà concedibile da parte del Sistema Sanitario Nazionale.


Fonti e approfondimenti:


 
 
 

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